TELECONNESSIONI NEW

Le “teleconnessioni” e cioè le connessioni a distanza, sono dei “parametri” che indentificano specifiche correlazioni atmosferiche tra zone del pianeta molto distanti, che spesso si ripetono ciclicamente entro determinati range di tempo.Possiamo suddividerle in 2 principali categorie: troposferiche e oceaniche.

TELECONNESSIONI TROPOSFERICHE

Le teleconnessioni troposferiche identificano un pattern e cioè una particolare configurazione persistente per più giorni in un’area del globo. Esse quindi rappresentano una determinata situazione a livello di anomalie pressorie e per questo motivo gli indici ad esse associate si possono definire ”descrittivi”. E’ doveroso sottolineare quindi che i grafici disponibili in rete, in cui viene rappresentata la tendenza dei vari indici, sono ricavati dalle singole emissioni modellistiche nella versione “ensemble”. Essi quindi sono la conseguenza delle determinazioni dei GM, non il contrario.

TELECONNESSIONI OCEANICHE

  IL termine più appropriato per descrivere questi parametri è “Oscillazioni oceaniche”, in quanto essi descrivono il presentarsi di determinate condizioni secondo cadenza temporale nota. Le anomalie delle temperature superficiali oceaniche hanno un’influenza decisiva sulla circolazione atmosferica in quanto sono in grado di modulare l’intensità e la direzione delle onde di Rossby, talvolta in maniera perseverante per lunghi periodi di tempo. Per questo motivo le tlc oceaniche sono indici “predittivi” perchè si utilizzano per prevedere le possibili modifiche alla circolazione generale. 
Le SST (Sea Surface Temperature) possono quindi essere un importante elemento per prevedere i movimenti delle figure bariche. In genere alle latitudini temperate le anomalie positive delle SST vengono aggirate in senso orario (anticiclonico) dalla corrente a getto, mentre quelle negative in senso antiorario (ciclonico).

                                  AO (Arctic Oscillation)
L’indice AO descrive le differenze bariche tra il circolo polare e le medie latitudini dell’emisfero nord. La fase positiva è associata ad un vortice polare compatto,con isoipse molto chiuse e scambi meridiani assenti o molto deboli. la fase negativa viceversa prevede un VP debole con formazione di zone anticicloniche in zona polare, specie Aleutine o Groenlandia, e conseguenti discese fredde verso le medie latitudini.

Sulle nostre regioni l’indice AO negativo può benissimo essere associato a tempo mite o anticiclonico se la NAO (e l’EA) è positiva. Se invece l’AO negativa è associata a NAO negativa ci troviamo in una situazione di forti scambi meridiani con discese fredda. L’AO positiva contempla invece un’intensificazione delle westerlies in Atlantico


NAO (North Atlantic Oscillation)

E ’ un indice molto importante per il tempo in area euro-atlantica. Esso misura la differenza di pressione tra l’Atlantico settentrionale e quello centro-orientale (indicativamente tra Reykjavik e Lisbona).
In caso di NAO positiva (valori > 0.5) la circolazione è caratterizzata da un rafforzamento dell’anticiclone delle Azzore e da un approfondimento della depressione semipermanente islandese. Questo forte gradiente pressorio determina condizioni di forte zonalità con le correnti occidentali che trascinano le perturbazioni atlantiche verso il nord Europa. Sull’Europa meridionale il tempo è mite e secco a causa dell’influenza dell’HP subtropicale
In caso di NAO negativa (valori< 0.5) entrambe le figure risultano indebolite quindi la corrente a getto rallenta, consentendo ondulazioni e possibili blocking atlantici. Le perturbazioni seguono una traiettoria più bassa di latitudine e spesso il tempo risulta piovoso e freddo sull’Europa centro-meridionale e secco al nord.


PNA (Pacific North American)

L’indice PNA descrive le differenze bariche presenti tra il Pacifico e gli USA. Ad una fase positiva di questo indice corrispondono geopotenziali superiori alla norma nei pressi delle isole Hawaii e lungo la catena delle Montagne Rocciose. Le anomalie negative sono invece posizionate in zona Aleutinica e negli USA sud-orientali. La fase negativa prevede anomalie opposte nelle stesse zone. La fase positiva è quindi associata a temperature al di sopra della media in Canada e negli USA occidentali ed irruzioni fredde sugli USA orientali. Con la fase negativa abbiamo la situazione opposta.L’indice PNA ha influenza sul tempo Europeo in quanto è in grado di modulare l’intensità e la direzione della corrente a getto in uscita dagli States. L’indice PNA positivo è favorevole alla formazione di blocking in zona atlantica se associato ad una NAO negativa. Se entrambi gli indici sono positivi si assisterà ad una situazione caratterizzata da zonalità alta e HP disteso sui paralleli in Europa. Ad un PNA negativo è generalmente associata una significativa attività depressionaria in Atlantico.

MJO

La MJO descrive la localizzazione e l’intensità dell’attività convettiva nelle regioni equatoriali. La convezione che ha luogo nell’oceano Indiano, si muove verso est per terminare nella zona occidentale dell’Oceano Pacifico.La lunghezza tipica dell’onda MJO è di circa 40-60 giorni e le fasi in cui si suddivide l’oscillazione sono convenzionalmente 8. Ad ogni fase corrisponde una precisa localizzazione geografica da ovest a est. Il diagramma della MJO (RMM) rappresenta la localizzazione e l’intensità delle diverse fasi (maggior distanza dal cerchio interno del diagramma = maggiore magnitudo). La MJO ha influenza sul regime degli alisei e di conseguenza sulla posizione e la forza degli anticicloni subtropicali che influenzano quindi il tempo alle nostre latitudini. Ad ogni fase corrisponde una determinata forzante sul regime circolatorio della zona Euro-Atlantica, differente però di mese in mese. In caso di magnitudo debole o nulla l’influenza è trascurabile o assente.In sostanza rappresenta la possibilità o meno di avere aree con maggior stabilità e aree con frequente mal tempo

BASE GFS
BASE ECMWF

PDO

La PDO è un’oscillazione pluridecennale delle temperature superficiali dell’oceano Pacifico settentrionale, con ciclicità pari a 20-30 anni. La configurazione piuttosto stabile delle SSTA delle acque extratropicali nel lungo periodo, influisce di riflesso pure nei confronti delle acque tropicali, nonostante via sia invece una forte variabilità nel breve termine. Cosicchè, durante le fasi PDO+,
gli episodi di Niño sono solitamente più frequenti ed intensi, mentre gli episodi di Niña sono più rari. Durante le fasi PDO- assistiamo invece a episodi di Niña più frequenti e duraturi, mentre con grande difficoltà assisteremo a un Niño intenso.

ESEMPIO PDO POSITIVA
ESEMPIO PDO NEGATIVA

NAM

Il NAM indica la potenza del vortice polare a tutte le quote. In sostanza è come l’indice AO (che si riferisce solo al livello del mare), misurato però alle varie quote tropo-stratosferiche. Esso è molto utile per monitorare la consistenza del vortice polare in stratosfera. NAM negativo significa VP stratosferico disturbato e dislocato, mentre NAM positivo corrisponde ad un VPS compatto.

Secondo la “teoria del condizionamento” di Baldwin e Dunkerton se alla superficie isobarica di 10 hpa in stratosfera si superano determinati valori del NAM, tali anomalie si propagano fino in troposfera, condizionando l’AO per i 60 giorni successivi. Tali soglie sono: +1.5 e cioè anomalia negativa di GPT (con annesso cooling stratosferico) che si propaga in troposfera causando AO+; – 3.0 e cioè anomalia positiva di GPT (con annesso warming stratosferico) che si propaga in troposfera causando AO-

anomalia negativa di GPT = VP/VPS che gira compatto e più freddo = segno “-” (blu) nel grafico che hai postato = segno “+” del NAM con soglia di + 1,5
anomalia positiva di GPT = VP/VPS disturbato e più caldo = segno “+” (rosso) del grafico che hai postato = segno “-” del NAM con soglia di -3

Ora introduciamo un nuovo parametro…

ITCZ

ITCZ sta per (Intertropical Convergence Zone) e indica il punto di incontro tra gli Alisei di Nord-Est e quelli di Sud-Est che spirano sui margini rispettivamente meridionali e settentrionali degli anticicloni subtropicali.

La zona di convergenza è soggetta a condizioni di forte instabilità ed è contrassegnata dallo sviluppo di nuvolosità a sviluppo verticale (cumuli e cumulonembi) foriera di temporali che caratterizzano le fasce climatiche tropicali. Ciò si verifica perchè nel punto di incontro degli Alisei di Sud-Est e Nord-Est, l’aria è costretta ad innalzarsi, condensando il contenuto di umidità.

La zona di convergenza dei due Alisei si sposta verso Sud e verso Nord, seguendo il moto apparente del Sole nel corso dell’anno. Durante l’Estate boreale l’insolazione è massima nell’emisfero Nord e il Sole è allo zenit sul Tropico del Cancro; ne deriva la stagione delle piogge per la fascia tropicale settentrionale; il contrario si verifica durante l’Inverno Boreale con le piogge zenitali che si concentrano sul Tropico del Capricorno. L’Equatore  è attraversato due volte all’ anno dalla zona di convergenza in corrispondenza degli equinozi e ciò spiega la grande quantità di piogge che ricevono le zone poste a tra i  5°N e i 5° S.

L’indice ITCZ  si identifica quindi con lo spostamento verso Nord e Sud della fascia di convergenza degli Alisei nel corso dell’anno.

Influenza dell’ITCZ sul clima mediterraneo. Se consideriamo l’emisfero Nord il limite più settentrionale raggiunto dall’ITCZ è un fattore chiave per molte zone del globo in particolare per quelle soggette a clima monsonico. Per esempio un ITCZ molto settentrionale in Africa implica una forte attività del monsone che spira dal Golfo di Guinea. Quando ciò si verifica le piogge raggiungono il Sahel e le aree meridionali aride del Sahara. Viceversa un ITCZ più basso implica una minore intensità del monsone africano che difficilmente porterà molta pioggia alle regioni del Sahel. Queste “pulsazioni” del monsone africano legate all’ITCZ hanno delle conseguenze sul clima del Mediterraneo e dell’Italia in Estate. Infatti con l’ITCZ si sposta verso nord anche la fascia degli anticicloni subtropicali che per l’area mediterranea si traduce in una maggiore invadenza dell’Hp africano che normalmente occupa il Deserto del Sahara.

Durante le stagioni estive con ITCZ alto (molto settentrionale) crescono le probabilità di ondate di calore sull’Europa meridionale ed il Mediterraneo legate alla maggiore invadenza dell’ alta pressione subtropicale africana, viceversa  quando l’ITCZ si presenta basso  si verifica una maggiore ingerenza delle correnti atlantiche che determinano maggiore instabilità e temperature più fresche.

Naturalmente  l’ITCZ non è il solo fattore ad influenzare l’andamento dell’Estate sul Mediterraneo; tuttavia  è una variabile che incide in modo piuttosto marcato; nel 2003 un ITCZ molto alto in corrispondenza dell’Africa Nord-Occidentale diede luogo ad una prolungata ondata di calore che interessò  l’Italia e gran parte dell’Europa per quasi quattro mesi.

UN’ALTRO INDICE FONTAMENTALE SI CHIAMA ENSO (EL NINO)

NINO 1-2
NINO 3
NINO 3-4
NINO 4
SST 31-03-2019

El Niño-Oscillazione Meridionale, conosciuto anche con la sigla ENSO (ENiño-SouthernOscillation), è un fenomeno climatico ricorrente che si verifica nell’Oceano Pacifico centrale in media ogni cinque anni, ma con un periodo variabile fra i tre e i sette anni, nei mesi di Dicembre e Gennaio. Il fenomeno provoca inondazionisiccità e altre perturbazioni che variano a ogni sua manifestazione. I paesi in via di sviluppo che dipendono fortemente dall’agricoltura e dalla pesca, in particolare quelli che si affacciano sull’Oceano Pacifico, ne sono i più colpiti.

L’ENSO presenta una componente oceanica, chiamata El Niño o La Niña, caratterizzato il primo da un riscaldamento e la seconda da un raffreddamento delle correnti dell’Oceano Pacifico centro-orientale, e una componente atmosferica, chiamata Oscillazione Meridionale, caratterizzata da cambiamenti della pressione nel Pacifico centro-occidentale. Le due componenti sono accoppiate: quando è in corso la fase di riscaldamento delle acque (El Niño), la pressione del Pacifico occidentale è alta e quando è in corso la fase di raffreddamento delle acque (La Niña), la pressione del Pacifico occidentale è bassa.[1][2]

Le cause di queste oscillazioni sono tuttora in fase di studio.

Nel linguaggio popolare, El Niño-Southern Oscillation viene spesso abbreviato in El Niño. El Niño è un termine spagnolo che significa “il bimbo”, in riferimento al Bambino Gesù, dato che il fenomeno si manifesta normalmente durante il periodo natalizio.[3] “La Niña”, analogamente, sta per “la bimba.”

L’ENSO consiste in un fenomeno climatico ciclico frutto dell’interazione accoppiata fraoceano e atmosfera.

Per definizione si è in presenza di El-Niño quando la superficie della parte centrale dell’Oceano Pacifico manifesta un incremento della temperatura di almeno 0,5 °C per un periodo di tempo non inferiore ai 5 mesi. Se invece la temperatura è inferiore alla media stagionale di almeno 0,5 °C nello lo stesso periodo si è in presenza della fase opposta detta Niña. Queste oscillazioni sono periodiche, ma non perfettamente regolari ovvero con periodo variabile dai due ai sette anni e intensità anch’essa variabile. L’intensità massima di oscillazione di temperatura in genere raggiunta è dell’ordine di 3-4 gradi.

La fase el-Niño s’instaura a causa del surriscaldamento delle acque superficiali oceaniche del Pacifico orientale che, attraverso l’aumentata convezione, modificano a loro volta la circolazione equatoriale dei venti e con essa la distribuzione delle precipitazioni, regolando l’alternanza di periodi di siccità e di maggiore piovosità lungo tutto il Pacifico Equatoriale. Dal punto di vista della circolazione atmosferica, in conseguenza delle variazioni termiche dell’oceano, con la fase el-Nino si instaura una circolazione con aria ascendente sul Pacifico orientale ed una discendente in quello occidentale ovvero si assiste ad uno spostamento (shift) della Circolazione di Walker longitudinale verso oriente. Questa teleconnessione atmosferica è individuata, caratterizzata e quantificata dall’indice SOI (Southern Oscillation Index) che misura le oscillazioni di pressione tra punti fissi ‘anticorrelati’ della superficie terrestre come, ad esempio, Tahiti (Polinesia) e Darwin (Nord Australia). Dal punto di vista precipitazionale, in conseguenza dell’alterata circolazione atmosferica, la fase El-Nino dell’ENSO porta a intense precipitazioni e tornado sull’America centro-meridionale, violenti uragani sull’intero Pacifico meridionale e in Australia settentrionale, e determina periodi di siccità in Africa centro-occidentale fino all’Indonesia. Viceversa nella fase Nina si instaurano condizioni considerate ‘normali’ ovvero opposte con circolazione ascendente e forti precipitazioni sull’Indonesia e circolazione discendente e scarse precipitazioni sul Pacifico orientale.

Altro aspetto fondamentale che caratterizza gli effetto del Niño sull’ambiente, ovvero sull’ecosistema oceanico, è la variazione dell’apporto nutritivo di cibo che il fenomeno causa nell’Oceano Pacifico. La corrente calda che il Niño trasporta verso oriente risulta infatti estremamente povera di elementi nutritivi finendo per sostituire interamente la corrente fredda di Humboldt (presente invece nella fase Nina) che attraverso la risalita upwellingdelle acque profonde favorisce il trasferimento dalle profondità oceaniche del plancton, il quale assicura cibo a grandi quantità di pesce. Se tale situazione si protrae per lunghi periodi, l’equilibrio faunistico marino ne risulta stravolto finendo per ripercuotersi pesantemente sull’economia delle popolazioni sudamericane di Ecuador, Perù e Cile che vivono principalmente di pesca.

I due Niño più recenti (’82 e ’97) sono stati anche i più ampiamente documentati. Nell’inverno 2009-10 abbiamo assistito ad un Niño moderato-forte, che proprio in questi mesi volge al termine. Molti pensano che ciò possa legarsi all’aumento della temperatura media dell’oceano, dell’atmosfera e all’incremento dell’effetto serra, ma al momento ancora non è possibile fornire una risposta certa.

Il problema di quegli anni, rappresentato dalla scarsità di dati disponibili e dalle imperfezioni delle misurazioni, non permetteva ancora di evidenziare correttamente il fenomeno.
I primi studi che vennero fatti per evidenziarlo in dettaglio vennero indirizzati alle possibili interazioni col monsone indiano ma anche se i risultati non furono quelli attesi si evidenziò comunque la grande importanza assunta dalla situazione barica al suolo delle aree interessate.
Si trovò infatti uno spiccato legame a livello di pressione atmosferica fra Oceano Pacifico e Oceano Indiano che il Dr. Walker battezzò oscillazione meridionale (SO- Southern Oscillation): quando la pressione era alta nell’Oceano Pacifico era bassa nell’Oceano Indiano.

Col passare degli anni si scoprirono nel Pacifico altri legami tra cui il più importante fu quello strettissimo fra le città di DARWIN in AUSTRALIA e TAHITI in POLINESIA. Pensate che sono distanti circa 15.000 Km eppure sono estremamente legate, ad un valore di pressione sopra la norma di uno, corrisponde uno stesso valore sotto la norma dell’altro !!

La scoperta di questo legame fu importantissima in quanto riusciva a determinare con precisione lo stato dell’oscillazione e gli scienziati per meglio utilizzare questa opportunità, istituirono il SOI (Southern Oscillation Index). Quando la pressione al suolo è più alta presso Darwin, l’indice diviene positivo mentre diviene negativo quando è più alta in Polinesia.
Mediante l’osservazione del SOI fu possibile vedere come nell’arco di 3-4 anni, l’indice stesso tendeva a calare per poi invertirsi, evidenziando quindi una certa periodicità della variazione dello stato dell’oscillazione. 
A questo punto visto che la periodicità della variazione dello stato dell’oscillazione corrispondeva alla periodicità del particolare fenomeno climatico osservato, si cominciò a concretizzare l’idea che i due fenomeni fossero collegati.

Ci fu poi un altra scoperta molto importante:
Studi effettuati da Walker evidenziarono come l’oscillazione aveva effetti sulle precipitazioni e sulla circolazione dei  venti in molte zone del Pacifico Tropicale e Oceano Indiano oltre a ripercussioni sulle temperature nel Sud Africa, sul Canada sud occidentale , sugli USA meridionali e attorno al Golfo del Messico.
Dimostrò quindi che questa oscillazione aveva effetti non solo sul clima locale come inizialmente si era pensato ma anche a scala globale.

Dieci anni dopo il prof. John Bjerknes dell’università della California, unificò una teoria che racchiuse il rompicapo EL NINO e l’oscillazione meridionale (il legame è talmente stretto che oggi il fenomeno viene chiamato anche ENSO che unisce EN – EL NINO e SO – Southern oscillation).
Disse che in condizioninormali, gli Alisei spiravano da est verso ovest in direzione dell’Indonesia dove, per effetto del riscaldamento dell’aria che passava in zone più calde, si veniva a creare una zona con intense precipitazioni. Una volta che l’aria si era impoverita di acqua e si raffreddava, tornava indietro in quota verso il Perù a chiudere la cellula che fu intitolata a Walker, dando alta pressione (deserti).

Negli anni ‘80 poi, Gene Rasmussonapprofondì e sviluppò gli studi passati arrivando a tracciare delle chiavi per la determinazione delle caratteristiche di un EL NINO TIPICO. 
Le mappe sviluppate da Rasmusson mostrarono chiaramente come le temperature della superficie oceanica, le precipitazioni e il modificarsi degli alisei fossero ben correlati.

Un EL NINO TIPICOcomincia con un leggero aumento delle temperature superficiali oceaniche di fronte alle coste del Perù seguito da un leggero indebolimento degli Alisei, il tutto fra Marzo e Maggio quando cioè le temperature sono più alte. Tra Agosto e Ottobre il riscaldamento si propaga verso ovest, gli Alisei si indebolisconoancora, le piogge si spostano sul Pacifico centrale dando alta pressione e siccità sull’Indonesia; l’evento massimo si raggiunge fra Dicembre e Febbraio(proprio per la vicinanza al Natale fu chiamato EL NINO che vuol dire Bambino Gesù) quando il caldo anomalo si estende per tutto il Pacifico e le piogge intense si verificano sul Pacifico centrale fino al Perù.
Durante la Primavera poi la temperatura decresce lentamente fino a tornare su valori normali.

Come abbiamo visto, tutte le componenti attive nel Pacifico come gli Alisei, i moti oceanici, la pressione atmosferica, la temperatura, sono dipendenti l’uno dall’altro e concorrono a determinare quelle che sono le condizioni medie climatiche.
Gli Alisei, sono causati dalla differenza di temperatura che c’è tra est e ovest del Pacifico. Il moto stesso dei venti poi fa si che le acque calde si dirigano verso ovest, condizione che determina tra l’altro un altezza media del mare di 50 cm più alta rispetto al Pacifico orientale, mantenendo attiva la differenza di temperatura fra est e ovest che alimenta gli Alisei stessi.

L’attenzione a questo punto venne concentrata sulla temperatura oceanica e la sua stratificazione.
Tutto l’oceano possiede in profondità correnti fredde mentre in superficie la temperatura è maggiore e interagisce con l’atmosfera. Nella fascia di transizione, chiamata TERMOCLINO, la temperatura cambia molto velocemente.
Questa fascia al livello tropicale è ben definita e impedisce il rimescolamento delle acque fredde con quelle calde come fosse un isolante.
In condizioni normali gli Alisei spingono talmente tanta acqua verso l’Indonesia che il termoclino scende fino a 150-200 metri di profondità mentre sulle coste peruviane tende a salire avvicinandosi molto alla superficie richiamando acqua fredda dagli abissi. E’ per questo motivo che il mare è molto pescoso in Perù, proprio perché dalle profondità risale molto plancton che fa aumentare il pesce.
In condizioni di EL NINO gli Alisei subiscono una diminuzione, il vento non riesce più a mantenere le condizioni prima descritte, il livello del termoclino tende ad appiattirsi, l’acqua calda tende a tornare indietro verso il Perù e l’Indonesia si “raffredda”. La temperatura superficiale tocca punte di 28-30°C.
In conseguenza di ciò, anche in superficie sono mutate le condizioni del campo barico ed ecco capovolte le condizioni climatiche.

In queste condizioni di Alisei deboli o verso est, termoclino stabile e acque calde, la situazione rimane molto instabile e occorre poco per rompere il nuovo equilibrio: basta un piccolo ritorno degli Alisei, che si determini un rapido reflusso all’indietro delle acque o si possa addirittura creare la situazione opposta a EL NINO, cioè LA NINA, con aumento della velocità del vento verso ovest con conseguente ulteriore raffreddamento a est.

Il sistema a questo punto è pronto per tornare alle condizioni iniziali chiudendo l’oscillazione.

La realtà è quindi che uno stato tipico e normale oceanico non esiste, come abbiamo visto è un continuo andare e venire delle correnti superficiali da est ad ovest.

La periodicità quadriennale tipica di EL NINO altro non è che il tempo impiegato per il succedersi delle fasi: 1 anno di EL NINO, 2 anni di transizione per il trasferimento dell’acqua e 1 anno di LA NINA.
In realtà la presenza del clima molto variabile tropicale, lo scorrere delle correnti, le onde oceaniche, l’irregolarità dello spostamento del termoclino, forniscono al sistema quella NON regolarità esatta che non permette di dire che EL NINO si verifichi sempre ogni 4 anni. Si sono registrati EL NINO anche a distanza di due anni e in alcune occasioni non si è registrato per 10 anni, da qui l’importanza di sviluppare modelli di previsione.

Quali sono in definitiva gli EFFETTI di EL NINO ?


nell’inverno in cui si verifica, la siccità domina nel Pacifico occidentale dalle Filippine all’Australia settentrionale, mentre piogge torrenziali si rovesciano sul Pacifico centrale e sul Perù.
Tutto questo per diretto spostamento della cellula di Walker.
Per  effetto delle teleconnessioni poi abbiamo siccità nel nord del Brasile, piogge torrenziali in Argentina,  in Africa, siccità in Madagascar e piogge anomale in alcune zone equatoriali.
Nell’area caraibica e negli Stati Uniti meridionali si verificano piogge eccezionali, ci sono poi temperature superiori in Asia meridionale e in diverse zone del Brasile. Temperature sopra la media si verificano anche in Alaska, America del nord est, conseguenti alla teleconnessione Pacifico-Nord Americana.
Questo determina uno spostamento delle correnti a getto che deviano il percorso delle perturbazioni facendo arrivare intense precipitazioni dove normalmente non ci sono, ad esempio la California è interessata da forti piogge che, visto il tipo di territorio, creano spesso allagamenti, inondazioni e valanghe di fango.
Mentre tutte le connessioni sono evidenti con l’America, risultano non esserci o sono molto marginali con l’Europa che si trova lontana dal suo cammino principale.

Ricordiamo solo brevemente che oltre ai danni di tipo meteorologico, i problemi maggiori causati da EL NINO riguardano gli incendi, la rovina di coltivazioni, danni alle costruzioni colpite da eventi estremi, sviluppo di malattie che sono poi le effettive cause di morte e di disagio dopo il suo passaggio.